IL PETROLIO DELL’IRAN, L’ESENZIONE DEGLI USA E IL POSTO DELL’ITALIA

L’esenzione per sei mesi dall’embargo sulle importazioni di petrolio iraniano non è un regalo di Trump all’Italia. Primo, perché per un presidente che ragiona e agisce da uomo d’affari, nulla è gratis. Secondo, perché in cambio di questo riguardo – che noi condividiamo con paesi della taglia di Cina e India, massimi acquirenti di idrocarburi persiani – gli Stati Uniti si aspettano contropartite molto concrete. In termini specifici, l’acquisto senza tante storie dei caccia F-35 e la preservazione del Muos, sistema satellitare avanzato ad alta frequenza e banda stretta installato in Sicilia, fondamentale per le comunicazioni militari Usa nel Mediterraneo, che parte del Movimento 5 Stelle vorrebbe smantellare. Terzo, perché la temporanea tolleranza sul fronte iraniano è collegata alla decisione di Roma di dar via libera al gasdotto Tap, segnale della volontà italiana di diversificare le importazioni di gas, fortemente dipendenti dalla Russia.

Ma la mossa di Washington ha un significato geopolitico più ampio. L’amministrazione Trump apprezza lo smarcamento di Roma dall’ortodossia europeista, approva la sua retorica nazionalista. Quanto più ci allontaniamo da Berlino (e per quel molto poco che vale, da Bruxelles) tanto meglio. L’idea franco-tedesco-britannica di allestire sotto egida Ue un sistema che permetta di aggirare le sanzioni e condurre “legittimi affari” con l’Iran, continuando ad acquistarne petrolio e gas, probabilmente finirà nel nulla. Ma ad occhi americani è l’ennesima riprova che degli “alleati” europei non ci si può davvero fidare.

I considerevoli acquisti di titoli di Stato italiani da parte di alcuni fra i massimi fondi americani, avviati poco dopo l’avvento del governo Lega-M5S, non sono scattati solo per via degli algoritmi (semi)automatici ma anche per sostenere l’Italia nella sfida con la Germania e con le “formiche” del Nord Europa. Allo stesso tempo, Washington è consapevole che se l’Italia facesse bancarotta il rischio non riguarderebbe solo l’Eurozona ma il sistema finanziario mondiale. Risultato: la migliore Europa possibile è quella che resta faticosamente in bilico, dipendente dall’impero a stelle e strisce, senza avvitarsi nella spirale definitiva.

La crisi italiana conferma il potere oggettivo di ricatto di cui Roma dispone e che i nostri governi avevano finora deciso di non sfruttare, illudendosi che si potesse essere insieme filo-americani ed europeisti (leggi: filo-tedeschi). Come se la priorità geopolitica che obbliga gli Stati Uniti a stroncare l’affermarsi di qualsiasi centro di potenza in Eurasia fosse adattabile, magari revocabile, a seconda del colore politico dell’inquilino della Casa Bianca.

La peculiarissima coalizione tra rivali che da giugno guida l’Italia sta tentando, tra mille contraddizioni, di sfruttare la forza della sua debolezza.

fonte: LIMESONLINE

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